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Quante cose vorrei
saper fare,
abbandonare questa casa
con le tue risa imprigionate in un'eterno eco;
abbattere pareti
sfiorate dalle tue mani,
dai tuoi palmi sudati,
dai pennarelli e dai colori
Vorrei fuggire
da supermercati
di bambini nei carrelli
con i loro padri a spingerli
a guidarli, a carezzarli.
Vorrei chiudere gli occhi
ma anche stanotte c'è troppa luce e non riesco a vederti.
Troppi Flash,
lampi di memoria che accecano
palpebre socchiuse.
Vorrei essere padre, Vorrei...
Vorrei che tu fossi un figlio, Vorrei...
Vorrei che tu possa sempre sentirti amato e protetto, Vorrei...
Vorrei sapere dove sei adesso, e smetterla di abbaiare alla Luna,
Vorrei.
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Andare a dormire,
certe notti, è un sogno che non si avvera. Si ha paura che
il buio eclissi i ricordi, le immagini gaudenti e spensierate, felici,
di un bimbo che gioca con te. Scherza con te. Che il suo profumo
svanisca, che il buio rinchiuda gli aromi e i ricordi dietro una
porta blindata; che cancelli i segni di un passaggio veloce, irripetibile.
Raro. Si ha paura che il silenzio sia solitudine e non quiete: la
solitudine bastarda di chi non è solo, ma è condannato
ad esserlo. Casa propria diventa una prigione, una cella, una pena
autoinflitta da chi si aggrappa a segni sul muro che sono gli unici
ricordi indelebili. Tangibili.
Un figlio che
c'è ma non ... c'è. |
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Ultimo aggiornamento:
12 January, 2007
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